La flessibilità nel lavoro viene da sempre vista con sospetto da quanti sono addetti ai controlli.
È pure vero che, storicamente, si sono sovente mascherati sotto forme e intenti di flessibilità, momenti di dubbia garanzia per i prestatori di lavoro. Carenze a cui, nel tempo, il legislatore ha però saputo porre valido rimedio.
Ma se la legge oggi limita con efficienza le pratiche indesiderate di deregulation del lavoro, non si può del tutto evitare che il dinamismo delle relazioni economiche nasconda ancora zone d’ombra. Tradotto: abusi e irregolarità. I quali, perciò, correttamente, vanno combattuti da chi vigila.
Sono da respingere, tuttavia, forme di contrasto indiscriminato a ogni legittima opportunità di organizzazione e flessibilità. In talune ipotesi, assolutamente necessaria. Come nel caso dell’appalto di servizi -nazionale e transnazionale-, che tanto fondamentale risulta, oggigiorno, all’attività imprenditoriale.
Questo numero -tra gli altri temi- ha voluto prendere in considerazione situazioni di presunte distorsioni del ricorso all’appalto di servizi.
“Distorsioni” che, però, non di rado, viste con occhio più sereno, tali non appaiono affatto.
Occorre sempre ragionare che il troppo, ingiustificato, sospetto, specie nell’azione ispettiva, rischia di divenire controproducente, quale ennesimo freno alla nostra economia.
Servono reazioni giuste, insomma, a escamotage ingiusti. E nulla più.

